Provenedo da Como lungo la via regina, prima di entrare nel paese di Argegno si dirama sulla sinistra una strada che risalendo la sponda destra della valle Intelvi regalando splendidi panorami porta a Schignano. Un piccolo paese sorto alla base di una serie di monti che gli fanno da corona, a partire da Monte Sasso Gordona, il più alto, il san Zeno il monte Comana, il Gringo. 

Il paese conta poco meno di mille abitanti ed è formato da sette frazioni sparse sulle pendici dei monti. Il paese è conosciuto per il suo carnevale, momento di festa e di allegria, che fino a qualche decennio fa segnava il momento di coloro che dovevano partire per i lontani luoghi di lavoro. La conclusione del carnevale per molti era il segnale che era giunto nuovamente il tempo di emigrare, per poi tornare solo verso la fine di novembre come recita un sapiente proverbio intelvese “A sant’Andrea, boia i can, vegn a cà tùc i maestràn”.

A Schignano, la manifestazione del carnevale si sviluppa secondo un modulo teatrale arcaico, quello della contrapposizione. Il rituale che va in scena è giocato sull’opposizione tra due diverse maschere, i Bèi e i brùt, i belli e i brutti. Sono questi gli attori principali di una rappresentazione incentrata su di una divisione sociale, la rivalità tra due anime antiche, ma ancori vitali, ma mai sepolto passato. Si recita su un palco costituito dalla piazza principale del paese, dai suoi vicoli interni e n on manca il pubblico in primo luogo la gente di Schignano, la quale ogni anno intravede ancora oggi nel carnevale le proprie radici culturali. A primo impatto la struttura teatrale appare rigorosa nei tempi e modi di svolgimento, ma al suo interno ci sono ampi spazi di libertà e di fantasia, nel senso che le maschere dei belli e soprattutto dei brutti hanno ampi margini interpretativi, consentendo a ciascuna maschera di liberare la propria immaginazione e di sprigionare il suo personale estro.

Il bello o meglio chiamato in schignanese mascarùn è il personaggio che attira la prima attenzione dello spettatore con i suoi atteggiamenti e la sua superba voglia di esibire se stesso, nello splendore del suo costume finemente confezionato da abilissime mani, ed ornato di tutto punto con pizzi foulards, collane ed ori quasi a voler far sembrare ancora più maestoso il gran pancione chiamato bùtasc che lo caratterizza, composto da bellissime stoffe dai colori forti, ha poi in testa un cappello rivestito da fiori variamente colorati e completato dai bindèi un fascio di nastri colorati che si allungano sulla schiena, completa poi il tutto la maschera nei suoi dolci e gentili lineamenti.

Il bello vuole apparire ed ostentare la sua ricchezza ed a rafforzare il tutto contribuisce anche il suo signorile modo di muoversi tra la gente e di rapportarsi con le altre maschere, si pavoneggia ed esibisce agli astanti oggetti per lo più inutili.  Ad annunciare il suo arrivo  e la sua presenza il suono delle bronze, 4 campane legate alla vita dall’argentino e piacevole suono.

Sono la sua superbia e la sua ostentata importanza che gli danno il ruolo del signore.

In totale contrapposizione al bello c’e il brutto, personaggio sgraziato e povero il suo costume è fatto di stracci, vecchie scarpe e cappelli deformati, indossa a volte tute da lavoro imbottite ed il suo pancione a differenza di quello del bello è cadente e deformato. Il suo è un andare incostante alle volte stanco ed alle volte frenetico quasi a ricercare una rivalsa sul bello che cerca sempre di relegarlo agli angoli, molte volte improvviso e quasi sempre imprevedibile. La maschera ha i lineamenti molto forti e marcati alle volte ne esalta le malformità con bocche storte, denti mancanti o nasi sproporzionati, con coloriture forti per lo più nere. Porta con sé oggetti strani e malfunzionanti, scope, gerle, alle volte l’abito è finito da pelli animali a sottolinearne ancor di più la miseria, ma l’oggetto più ricorrente è la valigia  con dentro poche cose vecchie, stancamente e tristemente portata come quella dell’emigrante. Lo si sente arrivare al suono delle “cioche” campanacci mal suonanti fatti di ferraglia, con un suono poco gradevole e alle volte sordo.

Tra questi due personaggi apparentemente nemici, ma che celano sotto la maschera una complicità che li rende inseparabili, si pone spesso la “ciocia”, un personaggio femminile ma interpretato da un uomo, moglie e serva del mascarùn, tenuta legata e tirata con una corda, porta con sé una cesta dove tiene un po’ di lana con il fuso e la rocca, gli antichi attrezzi che si usavano per filare la lana, a testimoniare il suo continuo ed incessante lavoro anche quando costretta dal bello lo deve seguire. Il suo costume consiste nei poveri vestiti che caratterizzavano gli abiti delle donne di un tempo, calze di lana, gli zoccoli, la sottana una gonna lunga ed una camicia, lo scialle di lana e il fazzoletto in testa; è l’unica maschera parlante del carnevale, ed il suo è un continuo inveire contro il marito, il bello, che da sempre la tiene costretta, e gli ricorda che se lui è ricco è grazie a lei, ma lui nonostante i continui lamenti continua a trascinarsela, corteggiando le altre donne prendendola in giro e mostrandola quasi come un trofeo, ed ogni tanto grazie all’incursione dei brutti che d’improvviso la rubano al bello vive brevissimi ed effimeri istanti di libertà.

Ci sono poi i “sapor” due personaggi vestiti di lunghe pelli di pecora con in testa un cappello conico sempre di pelli di pecora, hanno lunghi baffi e portano con se una borraccia e un’ascia di legno. Il loro ruolo è quello di aprire e guidare il corteo, con passo marziale da gendarmi. In mezzo a loro con il compito di sorvegliare il corteo c’è la “sigurta” , la sicurezza, porta un cappello militare, ed indossa una mantella sopra la quale pone una fascia con la scritta “sigurta”. Conosce le persone mascherate e per loro garantisce.

Al di fuori delle maschere più prettamente tradizionali salina altre maschere e ci sentiamo di riproporre una comune frase che riassume lo spirito carnevalesco schignanese” Per la gente di Schignano andare in maschera è un fatto istintivo. Uno va a casa, rovescia la giacca, si tinge un po’, mette un  cappello al rovescio ed è in maschera”.

Un momento importante, soprattutto per i belli, è la vestizione.  Si incomincia all’alba, i primi incominciano alle quattro di mattina per essere pronti verso le sette, e qui le donne più brave svolgono il loro fondamentale compito nascosto cucendo e ricamando.

Si incomincia indossando un paio di pantaloni ricavati con una stoffa colorata con motivi floreali dai toni forti, calze di lana e scarpe pesanti e se è il caso anche le ghette, perché il carnevale si svolge con ogni condizione di tempo. Vengono poi sistemate in vita le quattro bronze, quattro campane legate con nodi, ad un’unica corda, sistemate in modo da risultare due davanti e due dietro, la corda viene poi passata sulle spalle incrociandola in modo da scaricare il peso, circa 8 chili, su di esse. Ora bisogna passare alla parte più importante ed impegnativa, la costruzione del butasc. Si indossa una gonna che viene risvoltata all’insù e cucita all’altezza delle spalle, lasciando due aperture per le braccia; la gonna viene poi riempita con foglie di faggio. Bisogna ora abbellire la pancia, cucendo foulards in modo da ricoprirla quasi totalmente per poi appuntarci sopra centri ricamati, pizzi e della bigiotteria, va qui ricordato che un tempo si usavano gli ori di famiglia.

Alla base del pancione quasi a nascondere le bronze, viene cucita una balza di pizzo.

Si infilano ora sulle braccia i “manazìn”, delle mezze manica di lana colorata lavorate a mano, fermate all’altezza del gomito con dei lacci infiocchettati.

Si infila la maschera, si indossa il cappello con due lacci che penzolano dalla tesa che servono per essere annodati sotto il naso della maschera, sostenendola e fissandola al viso. Si indossano i guanti e via.

Molto meno impegnativa la vestizione del brutto, si indossano un paio di vecchi pantaloni si legano i campanacci in vita si costruisce il butasc che non deve avere una forma precisa, si cuciono qualche straccio, maschera cappello ed è fatta.

Coma già detto il carnevale comincia di prima mattina, ed è il bello che con la lanterna gira le vie del paese quando è ancora buio, e con le sue bronze annuncia il carnevale. Con la luce si incontra anche qualche brutto e si è gia ne vivo.

Nel primo pomeriggio ci si ritrova tutti in piazza San Giovanni. Qui sulla facciata della casa opposta alla chiesa è appeso seduto su una sedia il “Carlisep”, personaggio centrale che entrerà in scena alla fine del corteo. Qui a far compagnia alle maschere c’è la fughèta”, un gruppo di sei sette strumenti a fiato che riscaldano il clima.

Intanto nelle vie superiori si radunano i brutti, attendono il momento propizio per piombare insieme sulla piazza scompigliando e creando confusione. La sigurta e i sapor seguiti dalla bandella s’incamminano e formano il corteo mascherato che si dirige verso la frazione di Retegno prima e Auvrascio poi. Durante il tragitto le maschere continuano a inscenare i loro teatrini, a volte riposano, si tolgono la maschera per poi riprendere con il ritmo. Il corteo fa poi ritorno in piazza San Giovanni.

Intanto il Carlisep, è stato rimosso. Questo fantoccio è  la personificazione del carnevale, la sua maschera è quella di un brutto.

Si tratta ora di andare a riprenderlo, quindi il corteo infila le vie di Occagno che portano in Cima, la parte più alta della frazione. Qui entra in gioco il Carlisep che ora non è più un fantoccio ma una persona, in genere un coscritto che tra dicembre e gennaio ha festeggiato la vegèta, e sdraiato su una scala portata in spalla dagli altri coscritti scende nella piazzetta di cima. Incomincia una fase frenetica del carnevale, le maschere si muovono con più frenesia, e la ciocia si lamenta di questa morte, dando la colpa al bello, che intravede la fine del carnevale.

Il corteo è tornato ora in piazza della chiesa, e lungo la piazza tra la gente si apre un varco; poi all’improvviso il carlisep balza in piedi e per evitare il rogo, scappa attraverso la piazza inseguito dalle maschere. Ripreso e riportato al punto di partenza, tenta una nuova fuga ma alla fine è definitivamente ripreso. La seconda volta viene risostituito con il fantoccio che viene portato al salone del Carpigo per il ballo serale sulle note della fughèta. Verso le 23.30 ricompaiono i belli con la tradizionale lanterna, si riforma il corteo che riporterà per mano dei coscritti il Carlisep in piazza San Giovanni, dove viene deposto al centro della piazza e improvvisamente gli viene dato fuoco,  ci si abbassa ora la maschera, il carnevale è finito.

Caratteristica molto importante del carnevale di Schignano sono le maschere lignee, portate sul volto per nascondere l’identità e completare il travestimento. Sono uniche e vere opere d’intaglio, realizzate per mano di artisti locali in genere comuni persone che per passione si sono cimentate a scolpire le maschere di legno. Nello svolgimento del carnevale, tutte le figure ne portano rigorosamente una di legno. Si possono quindi individuare due tipologie di maschere: quella del “bello” e quella del “brutto”, dai caratteri significativamente diversi. Sono maschere che avvolgono completamente il viso di chi le porta perché molto incavate e ruotano nelle fattezze generali attorno alla realizzazione del naso.

Quella del bello è molto curata nella lavorazione e di frequente esprime un senso di distacco rispetto a ciò che sta attorno oppure tradisce una vena di ironia per cui chi la osserva può sentirsi a disagio.

Contribuisce molto a creare tale effetto la cavità degli occhi e soprattutto il disegno delle labbra, sempre finemente delineate, leggermente aperte. Rughe ben marcate sulla fronte, agli angoli della bocca attorno agli occhi, completano la rappresentazione molto realistica di un viso.

La maschera del brutto è giocata su di una maggiore durezza dei lineamenti, ma soprattutto a volte su di una maggiore deformazione del viso, nel senso che il naso può essere sproporzionato, storto, gli occhi non simmetrici, la bocca più aperta e storta. Ad accentuare il suo carattere a volte inquietante e a volte addirittura pauroso, è poi il colore: nero, verde bruno.

Il legno più frequentemente usato è il ceppo di noce in quanto è meno duro ma soprattutto non scheggia. Il tempo necessario per realizzare una maschera si calcola attorno alle 50-60 ore. Si incomincia il lavoro seduti sulla cavra, una sorta di cavalletto con sedile e una smorza di legno per bloccare la maschera in lavorazione, poi coi vari attrezzi si procede nella lavorazione. 

 Non vi è un esplicito perché uno Schignanese scelga di interpretare una maschera piuttosto che un’altra, sembrerebbe una cosa già scritta nel dna, una cosa è sicura il carnevale è di una parte importante di tutti noi.

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